RESILIENZA (Parte 1): Cos’è
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RESILIENZA (Parte 1): Cos’è

 

RESILIENZA (Parte 1)

Cos’è 

(01 febbraio 2018)

Foto di Free Creative Stuff da Pixabay

 

Dopo aver pubblicato un post su un articolo CIPD che parlava di Resilienza ed un articolo sull’auto orientamento in cui se ne faceva cenno, mi sono accorto che il tema raccoglieva molto interesse. Per cui  ho deciso di condividere alcune riflessioni sull’argomento. 

Il concetto di Resilienza applicato al comportamento delle persone è molto variegato. Ad esempio, c’è la Resilienza necessaria a sostenere la propria motivazione. Quella necessaria ad uscire da un trauma psicologico. Quella che si cerca di costruire in gruppi di persone con uno scopo comune, la Resilienza Organizzativa ( ad esempio: Rif.1).

Cosa è la Resilienza e come differisce in diverse situazioni, come agisce. Può essere allenata per limitare gli effetti di eventi indesiderati sulla nostra capacità di progettare, agire, avere una “normale” vita sociale. Sono alcune delle domande che ci si pone quando si parla di Resilienza.

 

1. Definizioni e prime osservazioni

Cominciamo dal “cosa è”. Le definizioni in letteratura sono molto numerose, ad esempio (Rif. 2, 3, 4):

  • Disposizione a sentirsi un po’ meno vittime (*) ed un po’ più disponibili ad aprirci alle novità;
  • Capacità di superare un evento traumatico, riformandosi o rigenerandosi;
  • Capacità di misurarsi con la rottura dell’integrità di un percorso [di vita], accettando di guardare alla propria ferita;
  • Capacità, parte d’un processo evolutivo, da incoraggiare fin dall’infanzia, in quanto permette di affrontare le avversità e di venire trasformati nel processo (E.Grotberg, 2001);
  • Abilità a superare situazioni avverse che rischiano di far pensare che una crisi non è superabile;
  • Trasformazione del vissuto di un evento critico (**);
  • Processo di adattamento positivo (***) di fronte ad un’avversità, un trauma, una tragedia, minacce o simili fonti significative di stress (American Psychological Association, 2013);
  • Insieme di processi, vitali e intrapsichici, che rendono possibile una risposta “positiva” in condizioni “avverse” (Rutter, 1985);
  • Sistema in grado di recuperare il suo stato dopo averlo modificato a causa di un evento negativo indotto dall’esterno. Tale recupero avviene grazie ad un processo di cambiamento;

Si va da una Disposizione ad un Sistema! Difficile orientarsi. Fra le tante osservazioni che si possono fare riguardo a queste definizioni, vorrei soffermarmi su due aspetti, da cui ripartire per tentare di farmi un’idea un po’ più concreta.

 

(*) Non tutte le persone riescono a superare le avversità. Ad es., molti covano, anche per lungo tempo, sentimenti di recriminazione e di rabbia. Altri, invece, rimangono meno incastrati nello stato in cui li ha gettati il vissuto traumatico. Per questi ultimi è più facile che la vita vada avanti in modo più positivo.

(**) [B.Cyrulnik, E.Malaguti, 2005] Trasformare nel senso di far divenire il trauma un motore di ricerca personale, in modo da avviare un progetto di vita che integri luci e ombre, sofferenze e forza, vulnerabilità e capacità.

(***) Molte sono le critiche al concetto di “adattamento al trauma”, come se si trattasse di un obiettivo di riconoscimento dello status quo, anche se socialmente e personalmente considerato ingiusto. La maggioranza degli autori non lo intende in questo modo. Bensì, come confronto con la realtà come essa è, anche se al fine di porsi come obiettivo un suo cambiamento. Comunque, uscendo dallo stato di vittima e di recriminazione impotente, affrontando un cambiamento dopo il trauma, anche di sé stessi

 

1.1 Emozioni che stimolano la ragione

Il primo aspetto è che Essere Resilienti non vuol dire imporsi di vivere gli eventi, anche drammatici, senza alcun vissuto emotivo. Ad esempio desensibilizzandosi, deprivandosi delle emozioni. Al contrario! 

Resilienza (superare il trauma o ritrovare una motivazione) vuol dire prima di tutto riconoscere che un evento ci ha provocato un vissuto emotivo negativo (ira, nervosismo, sconforto,ecc.). Talvolta persino traumatico (dolore, disperazione, ansia, paura, terrore, ecc.).

Poi, avere consapevolezza che è necessario accettare il danno, la perdita (prendere atto). Innanzi tutto, come un’inevitabile possibilità della vita, e poi come primo passo positivo: di  adattamento ad una nuova situazione (“sono stato danneggiato, ed ora riparto da qui”). Primo passo che comincia a farci uscire da uno stato di vittima impotente, che non vede alcuna via d’uscita se non un impossibile ritorno-al-passato. 

La maggiore lucidità che ne consegue ci fa vedere che la nuova situazione, anche se indesiderata, offre in ogni caso nuove e diverse opportunità da cogliere (“non è vero che tutto è finito”, o che "non ce la posso fare"). Cominciamo ad accorgerci che non ci è precluso il continuare a perseguire l’obiettivo di realizzare la nostra unicità personale. Anche se in condizioni completamente differenti.

Per ognuno di noi,  adattarsi è biologicamente naturale. Il nostro processo di sviluppo individuale dura tutta la vita. Perdura anche raggiunta l’età adulta, dopo quasi vent’anni dalla nascita. La cesura (l’evento negativo) rispetto al passato, non cancella ogni orizzonte: ne apre solo di diversi. Per questa ragione e quasi paradossalmente, proprio quella interruzione può intensamente riattivare un istinto di ricerca che nella zona di comfort della nostra vita precedente magari stavamo perdendo.

Si può persino dire che il trauma, una volta presone atto, viene vissuto come uno “stimolo positivo” (“ora posso fare cose diverse, vediamo quali”). Proprio questo stimolo è fondamentale per farci recuperare, in modo più o meno veloce, la piena funzionalità come soggetto-che-progetta.  

A questo punto, può iniziare una nostra completa rigenerazione, come persona o come motivazione, con  migliorate/ nuove/ diverse capacità ed obiettivi aggiornati alla situazione.

 

1.2 Che Resilienza mi serve

Il secondo aspetto su cui vorrei soffermarmi è che si parla indifferentemente di Resilienza a fronte di un ampio spettro di “situazioni difficili”:

Capacità agita nel normale processo evolutivo della persona

  • Reazione ad un evento fastidioso
  • Ad una situazione avversa
  • Ad un evento causa di stress
  • Ad un evento critico
  • Ad un evento traumatico
  • Ad una tragedia collettiva

Non a caso, in letteratura appare una Scala dei Livelli di Resilienza:

  1. Avere uno sviluppo positivo in un ambiente ad alto rischio (ostacolante il nostro naturale sviluppo di personalità);
  2. Sostenere la motivazione per affrontare e superare difficoltà, per raggiungere un obiettivo;
  3. Adottare una strategia di adattamento efficace, a fronte di stress acuto;
  4. Superare un trauma.

 

Pensando alle notevolissime differenze fra i  vissuti in situazioni differenti, è evidente come sia variabile anche l’entità della Resilienza in gioco. Per cui non sembra esserci  una “soluzione ottimale in 10 passi” che vada bene per tutti e per qualunque momento o situazione.

Una ragione in più, come abbiamo visto anche nel precedente paragrafo (1.1), per fare del processo di analisi sul “cosa mi è accaduto” il fulcro del nostro sforzo di comportarci in modo resiliente (una cautela è opportuna in caso di conseguenze psicologiche pesanti: vedi ad esempio:  Rif.5).  

I passi fondamentali di un processo di auto analisi (Self Assessment), e di  ancoraggio nella nuova realtà che stiamo affrontando, possono essere così riassunti:

 

Passo 1  - Riconoscere che un certo evento ha avuto un impatto emotivo su di noi (natura delle emozioni in gioco, loro intensità, impatto sulle nostre capacità operative e sulla nostra autostima, ecc.);

Passo 2 - Guardare in faccia questo impatto emotivo. Non cercare di sfuggirgli, negandolo, non riflettendo su di esso. Soffrirlo, e cercare di capire perché stiamo avendo quel tipo di reazione. Darsi tempo, avere pazienza. Accettare che “non può finire tutto e subito” (anzi, che forse il dolore non finirà mai del tutto);

Passo 3 - Raccontarsi il filo logico del prima, del durante e dei possibili dopo. In fin dei conti, noi rimaniamo (fedeltà a sé stessi, al proprio cammino di vita come persona reale, non come ruolo sociale), al contrario difficoltà e crisi passano. Anche se ci può volere tempo;

Passo 4 - Perseverare, resistere al dubbio che: “non ce la posso fare”, al peso del “costa troppa fatica”. Ce l’abbiamo fatta in passato, ce la fanno proprio ora altri miliardi di persone, ce l’hanno fatta i nostri progenitori fin dalla notte dei tempi: noi siamo geneticamente predisposti per farcela (al limite col giusto aiuto);

Passo 5 - Ripensarsi, Riprogettarsi. Fare un bilancio delle nostre capacità. Nessun trauma le può eliminare tutte. Immaginare come utilizzarle, anche con l’aiuto che può dare il contesto (risorse: situazioni oggettive e relazionali), per iniziare un nuovo percorso che dia un senso-per-noi  alla nostra vita futura.

 

Possiamo osservare che fra le 5 fasi c’è una cesura abbastanza netta fra i primi tre passi e gli ultimi due. Per queste ultime, forse può essere sufficiente possedere una efficace razionalità, una forte determinazione (Passo 4) ed un buon metodo di auto-orientamento (Passo 5). 

Viceversa, per le prime tre fasi sono necessarie capacità di lavoro con le emozioni. Anche quelle altrui: per non scatenare crisi a cascata in tutti gli altri aspetti della nostra vita, va capito se e come altri sono impattati dall’evento negativo e dalle nostre reazioni.

Servono quindi doti di intelligenza, razionalità, conoscenza, metodo/ autodisciplina. Così come doti di riconoscimento (empatia), consapevolezza e gestione attiva delle emozioni (es.: flessibilità relazionale ). 

Insomma, lo spazio dove possiamo trovare una Resilienza efficace è uno spazio:

• Dove opera una Intelligenza Emotiva adulta. Ragione ed emozioni in mutuo supporto, non esclusivamente o isolatamente;

• Caratterizzato da intense Relazioni  Interiori ed Esterne (con gli altri, con le cose, coi fenomeni, con le opportunità e certo, anche con ulteriori difficoltà) capaci di mantenere integro un quadro di cui siamo parte, anche temporalmente. Non uno spazio occupato solamente dal nostro Io, dal cosa abbiamo perso, dal “quanto è ingiusto il mondo”, ecc.

 

2. Cosa ci accade, come lo viviamo

Nel paragrafo 1.2 abbiamo visto che la scala dei Livelli di Resilienza è commisurata al tipo di evento negativo e più ancora a come lo viviamo soggettivamente. In altri termini, lo stesso evento, per due persone con una situazione psicologica differente in quel momento, può comportare diversi vissuti e quindi la necessità di Livelli di Resilienza anche molto differenti fra loro.

Consideriamo come casi due situazioni estreme:

Caso 1 - “Un soggetto si pone un obiettivo, ma ad un certo punto trova difficile continuare, a causa dell’impegno che gli viene richiesto dalle difficoltà che man mano emergono. Si sente demotivato: sente il peso di una attività sino a non avere la forza di continuarla,anche se continua ad interessarlo”;

Caso 2 - “Il normale corso di vita-lavoro di una persona viene interrotto da un evento imprevisto che le provoca un vissuto traumatico. Si sente colpita duramente. Trova difficile continuare come prima nelle sue attività. Le sembra di non poter più contare sulle “certezze di sempre” (le sue capacità, o i suoi piani, o i suoi valori, ecc.). Si sente bloccata da quell’evento. Anche se cerca di non pensarci, si sente inefficace, nel lavoro e nella vita. E’ come se la sua mente fosse bloccata a quell’accaduto. Le sembra di non poterne uscire, di non poter andare-oltre”.

 

2.1 Caso 1

Nel primo caso, l’obiettivo è “sostenere nel tempo una motivazione”. Utilizzerei una rappresentazione grafica del  problema come nelle Figure 1a e 1b.

Figura 1a - Prima

(1) Inizialmente, puntando ad un obiettivo, ci si immagina di ricavarne un certo vantaggio (Vantaggio atteso). Potrebbe anche trattarsi di una soddisfazione, un piacere, ecc.

(2) Nel pensare a come raggiungerlo, effettuiamo una qualche stima dello sforzo che dobbiamo fare (tempo, fatica, costi, trascurare altri obiettivi, ecc.): Costi Preventivati. 

(3) Se ritenuti alla nostra portata i costi complessivi da sostenere (Massimo Costo Accettabile), siamo motivati a dare il via al nostro progetto e a fare sino in fondo tutto quello che serve.

(4) Sino al raggiungimento dell’obiettivo, siamo entro i limiti di sostenibilità della nostra motivazione. 

 

Figura 1b - Dopo

Mano a mano che mi impegno nel mio progetto, può succedere che la curva dei costi si riveli peggiore del previsto. Posso averli inizialmente sottovalutati. Oppure si presentano imprevisti che mi costringono a dedicare maggiori sforzi/ risorse se voglio persistere nel raggiungere l’obiettivo ed il Vantaggio Atteso.

Se non modifico il mio Massimo Costo Accettabile, rispetto al suo livello iniziale, ancora prima di raggiungerlo posso cominciare a risentire dello sforzo addizionale che mi è richiesto/ che prevedo di dover fare. Il risultato è che il mio Limite di Motivazione si sposta verso sinistra in figura. Si viene a delineare una zona di transizione, fra  dove potrei ancora essere motivato ad arrivare (Motivazione > 0), anche se con dubbi e più fatica del previsto, e dove penso di non potercela più fare (Motivazione <0).

 

Il problema si pone quando,  ritenendo ancora che il nostro obiettivo valga sempre la pena, si deve sostenere la motivazione oltre il limite della zona di transizione, diventando capaci di sostenere gli extra-costi necessari (prima non previsti o sotto stimati).

Un atleta impegnato in una gara di resistenza, che pensava gli sarebbe costata meno energia e fatica; un lavoratore impegnato in un progetto di carriera, che gli sta causando molte più difficoltà del previsto; un disoccupato alla ricerca di una nuova occupazione, che si frustra sempre più per mancanza di feedback ed insuccessi, possono essere alcuni esempi di questo tipo di situazione.

 

2.2 Caso 2

Il secondo caso è profondamente diverso. Non è un problema di motivazione:  il punto è che un evento ha provocato in noi uno stato di totale smarrimento. Ci sentiamo inabili a fare qualunque cosa che non sia il rimanere congelati in quel momento di annientamento, sovente auto consolandoci come vittima di un “mondo cattivo ed ingiusto, che non riconosce i nostri meriti e capacità”.

 

Per queste situazioni, utilizzerei una rappresentazione grafica completamente differente (Figure 2a e 2b).

Figura 2a - Prima

La nostra soggettività, al contrario di quello che spesso si preferisce credere, non è qualcosa a sé stante, indipendente ed autonomo dal mondo che ci circonda.

All’opposto, è una casa più o meno ben costruita che si integra con le rappresentazioni del mondo che ci circonda (la roccia). Rappresentazioni che per varie ragioni “ci danno fondamento”.

Ad esempio: il “come immaginiamo” che siano certi nostri affetti; un lavoro su cui si basa buona parte della nostra identità personale; modalità quotidiane che siamo convinti diano prevedibilità, regolarità e stabilità al nostro modo di vita, ecc.

 

Figura 2b - Dopo

Un evento esterno può sgretolare alcune certezze sul mondo che dava stabilità alla nostra soggettività. Inoltre, se crolla anche uno solo di questi fondamenti succede spesso che anche altri vengano meno.

Viene meno il supporto della “roccia” che contribuiva alla nostra identità, la cui evoluzione pensavamo di poter governare senza problemi (controllo, onnipotenza). Proprio facendo conto (con scarsa consapevolezza) sulla stabilità del contesto e sulla sua arrendevolezza alla nostra volontà.

Viene meno anche la stabilità della nostra soggettività (la casa). Crepe si aprono fra le sue varie parti (l’Io è un involucro di “funzioni mentali” che evolvono e con diverse velocità).

Seguono sensazioni di “non saper più fare”, “non sapere più chi siamo”, “non avere futuro”.

 

Qui il problema è duplice e molto più impegnativo. Per prima cosa, come recuperare uno stato vitale attivo, in cui inizialmente si torna “in se stessi” (chi sono, cosa so fare, cosa desidero e voglio fare, …). Per poi recuperare gradualmente il senso della propria efficacia, tramite i risultati di attività d’importanza crescente.

“Tornare in se stessi”, ed ancor più ritrovare una voglia di futuro, implicano dei processi di cambiamento di se stessi. Uscire da queste crisi, non è mai uscire con un Sé uguale a quello di prima. 

Del resto, quando “siamo sempre stati sempre uguali a noi stessi”?  Mai. Come dimostrano le differenze fra i tanti “Chi” siamo stati (fra e dentro le varie età): come bambino,  adolescente, adulto, anziano. Ma lo stesso si potrebbe dire per gli altri vari ruoli, biologici o sociali, che man mano ricopriamo.

 

Domenico Famà, 01 Febbraio 2018

 

Il prossimo post sulla Resilienza entrerà più in dettaglio nelle situazioni di Motivazione da Sostenere (Caso 1) e di Trauma da Superare (Caso 2). Cercheremo di individuare i comportamenti che fanno Essere Resilienti in queste due situazioni, fornendo alcuni spunti su cosa/come predisporsi/ allenarsi.

 

Altre Risorse per approfondire

Rif.1     https://www.cipd.co.uk/knowledge/culture/well-being/resilience-guide

Rif.2     “Perseverare è umano. Come aumentare la motivazione e la resilienza negli individui e nelle organizzazioni. La lezione dello sport.”, P.Trabucchi, 2012, Corbaccio – Garzanti

Rif.3     “La Resilienza: una posizione soggettiva di fronte alle avversità. Una prospettiva psicoanalitica“, A,Rozenfeld, 2014, ed. Fratelli Frilli

Rif.4     “Resilienza – Andare oltre: trovare nuove rotte senza farsi spezzare dalle prove della vita”, S.Astori, 2017, ed San Paolo

Rif.5     “Guarire la frammentazione del Sè“, J.Fisher, 2017, Raffaello Cortina Editore